Per fortuna c’è la crisi

La crisi finanziaria, iniziata in America un anno fa, ha incominciato a proiettare la sua ombra sui settori produttivi dopo circa sei mesi, ma ora che i segnali di ripresa s’infittiscono, il lavoro continua a diminuire. L’Italia non è il paese più penalizzato in questo campo decisivo: nel primo trimestre il tasso di disoccupazione era ancora inferiore all’8 per cento, mentre in Spagna era più del doppio, e persino in Francia e in Germania era superiore al nostro.
10 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 22:55
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La crisi finanziaria, iniziata in America un anno fa, ha incominciato a proiettare la sua ombra sui settori produttivi dopo circa sei mesi, ma ora che i segnali di ripresa s’infittiscono, il lavoro continua a diminuire. L’Italia non è il paese più penalizzato in questo campo decisivo: nel primo trimestre il tasso di disoccupazione era ancora inferiore all’8 per cento, mentre in Spagna era più del doppio, e persino in Francia e in Germania era superiore al nostro. Va detto, però, che l’Italia ha immesso forti iniezioni di risorse pubbliche a sostegno degli ammortizzatori sociali, che le deroghe alla cassa integrazione ordinaria e l’ampiezza con cui è stato concesso l’accesso a quella straordinaria hanno ridotto la necessità di procedere a riduzioni del personale e a licenziamenti collettivi, anche nei settori più investiti dalla crisi.
La situazione potrebbe essere migliore se le imprese, non tutte naturalmente, non avessero approfittato della situazione determinata dalla crisi (e dalla sua esasperazione mediatica) e degli aiuti di stato per procedere a ristrutturazioni volte quasi esclusivamente alla riduzione del personale. Si può pensare che la crisi abbia fornito alle aziende l’occasione per liberarsi dalle rigidità delle normative sul mercato del lavoro, operando una selezione della manodopera.
Una ristrutturazione seria, però, dovrebbe comportare per prima cosa investimenti nell’innovazione, che ancora latitano, il che consente ai banchieri, che continuano a lucrare sui prestiti alle imprese, di presentarsi come benefattori che non hanno responsabilità perché sono le imprese a non chiedere denaro per acquistare nuovi macchinari o tecnologie. Oltre a una questione sociale, scaricata sulla collettività, questi atteggiamenti miopi di settori imprenditoriali sono concause di un rallentamento della ripresa, il che determina anche il rischio di una perdita di competitività nel momento in cui, conclusa la fase recessiva, si vedrà chi ha saputo investire e valorizzare il proprio capitale umano e chi ha reagito solo con un lucro di breve periodo.